Quando i numeri sono relativi

Perle di rubinoIn tutti gli aspetti della vita, l’abitudine tende ad appiattire il significato delle cose, il loro valore. Come quando in auto, nel traffico caotico ed indisciplinato della nostra città, abbiamo un amico o un parente che vive in una città del nord; avete fatto caso alla sua faccia impaurita, al suo stupore per le auto, i motorini o i furgoni che gli sfrecciano intorno, incuranti del codice della strada oltre che della propria e dell’altrui incolumità? Vi siete sentiti chiedere, dallo stesso, come fate a guidare tanto tranquillamente in mezzo a quel bailamme di mezzi strombazzanti e minacciosi? Non credo che i catanesi (come del resto i palermitani o i napoletani) abbiano fatto un corso di sopravvivenza particolare per automobilisti meridionali, che quelli milanesi, veneti o emiliani non sono tenuti a fare; diciamo che più semplicemente, sono (anzi siamo) ormai avvezzi a quel tipo di guida disinvolta, a quella singolare interpretazione del codice e della segnaletica.
Avete visto i filmati che vengono dalle zone “calde” del mondo? I cittadini camminano per le strade, in mezzo a ruderi di case distrutte dalle bombe, a muri sforacchiati dai proiettili, più o meno con la stessa tranquillità con cui noi andiamo per le strade delle nostre città; anche questo è frutto dell’abitudine, di una abitudine necessaria, essenziale, vitale quasi, perché permette a quelle sfortunate popolazioni di continuare in qualche modo a vivere.
È anche vero però, che l’abitudine alla violenza, alle morti, al male in generale è il veleno della nostra società; abbiamo ormai perduto la capacità di sentirci coinvolti, di addolorarci. Perché i numeri, pur spaventosi sono appunto numeri, paradossalmente anzi, più sono spaventosi e meno vengono percepiti come reali. Migliaia di morti non ci commuovono più, presi come siamo da questo meccanismo che non ci fa tradurre in “volti”, in “persone reali” quei numeri. Anche quando una strage è particolarmente efferata e ci colpisce, l’effetto dura pochissimo, veniamo distratti da qualcos’altro, da un incidente, da un femminicidio, da un arresto eccellente.
Non credo dipenda dal fatto che siamo diventati tutti più cattivi; più insensibili forse, sicuramente però siamo “anestetizzati” al dolore del nostro prossimo, e non solo di quello più lontano geograficamente e culturalmente. L’insensibilità mostrata da molti italiani verso le migliaia di morti tra i migranti in fuga dai loro paesi, è vero che nasce dalla demagogia di certi politicanti che imputano a quei poveri disperati la mancanza di lavoro per i disoccupati, la delinquenza e quant’altro, ma è anche vero che è figlia dell’ignoranza e del razzismo più o meno palese che c’è in tutti noi.
Ma i numeri dimostrano la loro “relatività” soprattutto in economia: l’importo del debito pubblico, per esempio, è un numero così alto da non poter giungere con chiarezza al cittadino medio, che anche se ne intuisce l’enormità, non riesce a percepirne le cause né l’eventuale efficacia dei rimedi proposti. Non si spiega altrimenti il fiorire sui social di ricette (tante anche molto fantasiose) miracolose per risanare l’economia italiana. E fino a quando queste fantasie cervellotiche sono espresse da comuni cittadini utenti di social si può anche capire; ma quando esponenti, anche di rilievo, della politica dicono cose anche molto differenti tra loro, quando la loro interpretazione dei numeri, è diametralmente opposta, solo in virtù della posizione politica, è difficile capire.
Sfido ognuno di coloro che stanno leggendo a chiedersi se possono con certezza dire se le iniziative di Renzi, dagli ottanta euro in busta paga alle iniziative del Jobs Act (articolo 18 compreso), possono, numeri alla mano, aiutare l’Italia ad uscire dalla crisi, come sostiene il presidente del consiglio ed i suoi collaboratori, oppure, come sostenuto dagli oppositori, ne accresceranno le difficoltà.
Giuseppe Rubino

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