Tra vizi veri e pregiudizi duri a morire

Tra vizi veri e pregiudizi duri a morire

Giuseppe Rubino – Erano trascorsi due giorni dalla sparizione del bambino di Santa Croce Camerina e già nei servizi televisivi si denunciava la mancata collaborazione e l’omertosa assenza di testimoni tra gli abitanti della zona, e che questo impediva alle indagini di decollare.
Ma come mai quando una ragazzina sparisce per mesi, ed il cadavere viene poi ritrovato in un terreno poco distante dal paese, in una regione del nord, viene giustamente segnalata la difficoltà oggettiva dell’indagine? E perché in un delitto avvenuto nella civile Lombardia per l’assenza di testimoni non sono bastati finora due processi, ed è tutto normale?
Che vivere nel meridione d’Italia, in Sicilia in modo particolare, sia difficile, è noto; che sia una terra piena di contraddizioni, di problemi antichi mai affrontati seriamente e problemi nuovi sottovalutati, è altrettanto noto; l’opinione che nel resto d’Italia, ma anche all’estero, tanti hanno della Sicilia come terra di mafia abitata da mafiosi o almeno da collusi, trova qualche giustificazione nella atavica diffidenza di una grossa parte della popolazione siciliana nei confronti “dello stato” e dei suoi organismi ed apparati.
Detto questo però bisogna anche dire, con altrettanta chiarezza, che certi giudizi sono troppo spesso affrettati, parziali e frutto di preconcetti.
Seguire la cronaca della morte violenta di un bambino è un dolore tremendo per una società civile, una ferita lacerante per la coscienza di tutti.
I dubbi, i sospetti sulla famiglia non fanno che aumentare l’orrore che una vicenda del genere provoca sempre. Come tutti mi auguro che presto il colpevole di questa nefandezza sia assicurato alla giustizia, e da padre di famiglia spero ardentemente che la madre risulti alla fine innocente, che i sospetti che si allungano su questa donna siano solo frutto di sfortunate coincidenze, perché se fosse colpevole sarebbe orrore che si aggiunge all’orrore.
Ma proprio per la delicatezza dei fatti, e per il dovuto rispetto al lavoro di chi indaga, le notizie dovrebbero essere date con attenzione per i protagonisti e sensibilità; purtroppo, ancora una volta, non è così. Le immagini, i racconti, le interviste di questi giorni ricalcano il solito cliché, microfoni sventolati in giro per il paese, interviste volanti, ricerca spasmodica, porta a porta quasi, di testimonianze clamorose. Proprio stasera al Tg1 è andato in onda un servizio grottesco: un filmato girato durante la messa in cui si poteva chiaramente udire il parroco che, giustamente, stigmatizzava l’assai poco rispettosa invasione di microfoni e telecamere in chiesa. È andato in onda anche l’invito a vergognarsi rivolto ai cronisti dal viceparroco.
 
Ed in questo proliferare di parole ed immagini è tornata a risuonare una parola che i molti siciliani onesti sentono bruciare sulla loro pelle: omertà. Credo sia urgente che in certe redazioni si aggiorni il vocabolario.

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