Sogno di una notte a Bicocca, l’umanità dietro le sbarre

Di Monica Colaianni – Uno scorcio di vita vissuta da un gruppo di detenuti del carcere di Bicocca, questo è “Sogno di una notte a Bicocca”, scritto e diretto da Francesca Ferro e messo in scena al Centro Zo di Catania lo scorso  6 e 7 gennaio, che racconta di un’esperienza di un laboratorio teatrale tra i detenuti di Bicocca.

Uno spettacolo che appassiona e cattura gli spettatori. Uno spettacolo dove dietro all’ironia vi è un senso di amarezza e tristezza proprio per il dramma sociale e umano vissuto dai nove protagonisti:gente che ha commesso efferati crimini e che per anni dovrà scontare la sua pena. Il laboratorio teatrale diventa una possibilità per evadere da quella vita vissuta dietro le sbarre, sempre uguale, sempre cadenzati dagli stessi ritmi. La loro insegnate Francesca (interpretata dalla bravissima Francesca Ferro) diventa quasi una “confidente” e quegli uomini sono per lei i suoi alunni.

Il pubblico viene coinvolto nella storia di questi uomini e assiste alla scena quasi come fosse rapito; non giudica, ma dietro a quelle sbarre vede uomini in gabbia che “volano” con la loro fantasia e vivono quei momenti come se non fossero relegati in un carcere, come se stessero vivendo un’altra vita, una vita diversa.

Singolare è anche la reinterpretazione dal sapore catartico di “Sogno di una notte di mezza estate” di William Shakespeare: ogni detenuto interpreta la sua parte a modo suo ma cogliendone l’essenza del significato.

Un applauso speciale va sicuramente all’interpretazione di Silvio Laviano nei panni del napoletano pluriomicida che dopo numerosi tentativi di boicottare lo spettacolo decide, affidandosi alla regista, di salire sul palco interpretando il folletto Puck al servizio di Oberon, un inedito ed ironico Mario Opinato il pappone arrestato per istigazione alla prostituzione che conquista tutti con battute esilaranti e improvvisati passi di danza.

Il testo di Shakespeare completamente stravolto grazie alle influenze dialettali, i ragionamenti tipici di chi non si abbassa al volere degli altri come nel caso del mafioso Melo Russo, uno straordinario Agostino Zumbo, o l’arrogante Polifemo soprannominato così perché durante l’arresto ha perso un occhio, magistralmente interpretato da Francesco Maria Attardi, diventa la voce di un gruppo di uomini che hanno dimenticato di essere rinchiusi sentendosi per la prima volta liberi di sognare.

Eccellente la regia di Francesca Ferro che in uno scorrevole atto unico di ben due ore ha scritto una delle pagine più belle del nostro teatro realizzando una perfetta osmosi tra ironia, sarcasmo e vita reale senza eccessi o sbavature di alcun genere.

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