Recensione di Luca Farruggio – Disability song & altre depravazioni (Blake & Pound, 2026) è il primo romanzo di Andrea G. G. Parasiliti. L’autore, con questa pubblicazione che lui stesso definisce “eversiva”, ci invita a continui viaggi e dislocamenti dove i confini tra vita reale e vita desiderata, tra esperienza vissuta e dimensione onirica, si intrecciano a ritmo di jazz come sembra fare l’edera sui muri quando si arrampica verso dimensioni che appaiono del tutto paradossali. La vita del protagonista, infatti, non viene semplicemente narrata in maniera cronologica, ma viene trasformata abilmente in materia letteraria e artistica.

Pur non essendo un’autobiografia, il protagonista è lo stesso autore, Andrea Parasiliti, ma nella “forma” di eroe. Non necessariamente un eroe senza paura o invincibile. Si tratta di un ragazzo-uomo (in parte è anche un romanzo di formazione) in perenne divenire, plasmato da relazioni incredibili, incontri bizzarri, affetti sicuri e insicuri, smanie, paure e contraddizioni. Ma soprattutto è un eroe futurista, perché trasforma sempre la sua disabilità fisica in possibilità di sperimentare continuamente la volontà di potenza e la “volontà di partenza”.

Un uomo, dunque, che si misura per forza di cose con i propri limiti, ma che sembra ricordarci come i limiti esistano proprio per essere oltrepassati. Cioè un eroe che prende seriamente la lezione kantiana. I limiti, come ci ha insegnato il grande filosofo tedesco, esistono non per negare l’insondabile e l’inconoscibile, ma per “tuffarsi” con coraggio sempre oltre, verso l’ignoto, in modo tale da provare a capirne il senso pratico che possiamo sperimentare nella vita di tutti i giorni. Però, mentre Kant pensava tutto questo non muovendosi mai dalla sua cara Königsberg, Parasiliti ce lo racconta uscendo sempre dalla vita della mente (“pensare non serve”, scrive più volte l’autore) e “abbandonando” di volta in volta la Sicilia.

Il futuro diventa così uno spazio nel quale il protagonista prova a conoscersi, a trasformare e a modellare la sua “diversità” (che poi è sempre unicità) in base alle situazioni che vive e a confrontarsi con ciò che sicuramente appare assurdo a tutti i benpensanti che popolano il nostro pianeta. Perché, in fondo, non conosciamo mai davvero noi stessi soltanto guardando indietro, ma soprattutto con quello sguardo che sa guardare lontano, cioè con quella che gli antichi monaci cristiani chiamavano macrothymia.

D’altronde cosa potrebbe raccontare uno scrittore se trattenesse per sé la propria vita? Se non riversasse nelle pagine esperienze, emozioni, incontri, ferite, sogni e persino quelle parti di sé che spesso preferirebbe nascondere? La letteratura non nasce anche da questo gesto pieno di coraggio e da questo bisogno di liberazione? È necessario allora lasciare andare qualcosa di sé per trasformarla in qualcosa che possa appartenere anche agli altri, agli amici, ai nemici e in generale ai lettori.

Ecco che il senso del romanzo credo si possa racchiudere in un apoftegma attribuito ad Antonio del Deserto: «Cado e mi rialzo, cado e mi rialzo, e ogni giorno ricomincio». Sì, Parasiliti sembra dirci che bisogna avere la forza di ricominciare sempre, di assaporare la vita (il romanzo è ricco di deliziosi riferimenti culinari) e avere ancora una storia da raccontare, una strada da percorrere e una valigia da preparare.

Ma soprattutto significa non rinunciare ai prossimi viaggi, proprio quelli che faranno di noi stessi uomini più forti e interessanti, al di là di ogni nostro umanissimo “limite”. Per poi tornare sempre nella nostra Buttanissima Sicilia (per citare il titolo di un libro di Buttafuoco, uno dei maestri di Parasiliti) perché, come dice Manlio Sgalambro in Perduto amor, film d’esordio di Franco Battiato: “Questa terra come la Ionia di Eraclito e Anassagora è magica, e richiama sempre coloro che gli appartengono, come se esercitasse un diritto. La legge dell’appartenenza. E anche per lui un giorno inevitabile, il ritorno. Sarà il clima, la luce, l’aria…Una granita di mandorle!”.

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